La verità di Pasquino
Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore della sinistra, domenica è andato a sentire il comizio elettorale del centrodestra nella sua Bologna e, da buon osservatore, ne ha colto gli aspetti innovativi di cui ha poi parlato in una breve intervista ieri al Corriere della Sera. Ha preso atto del nuovo approccio più istituzionale e nazionale di Umberto Bossi, il cui discorso, introdotto anche dall’Inno di Mameli, conteneva apprezzamenti sinceri per il capo dello stato, Giorgio Napolitano.

Sarà anche per la sua storia personale, ma Pasquino legge le elezioni amministrative per quel che sono, un confronto tra programmi e classi dirigenti locali, che vengono sostenuti ovviamente dall’apporto di personalità politiche nazionali, ma che alla fine debbono convincere i cittadini che amministreranno le città meglio degli avversari. Da questo punto di vista appare evidente la povertà delle candidature e delle proposte del Partito democratico, che se neppure a Bologna e a Torino è sicuro di affermarsi al primo turno, a Milano e a Napoli ha dovuto rinunciare a candidature proprie. A differenza della gran parte degli altri intellettuali di sinistra, che da mesi pronosticano la catastrofe del berlusconismo in questa tornata amministrativa parziale (peraltro annunciata sui loro giornali da un paio di decenni come imminente a ogni stagione), Pasquino vede il consolidarsi di una “piazza interclassista e intergenerazionale” che sostiene un candidato con un programma “moderato ma con aspetti di cambiamento”, una realtà che non sembra affatto destinata a scomparire nel volgere di una breve stagione. A questa realtà la sinistra dovrebbe contrapporre una capacità di rinnovamento visibile e attrattiva, non la ripetizione ossessiva di slogan antiberlusconiani. Se il clima è questo, alla fine, il vaticinio generale di disastri per il centrodestra potrebbe ribaltarsi in una ennensima battuta d’arresto per i suoi avversari.